INGRESSO IN CAMBOGIA

L’inferno. Questa la prima impressione  provata aI posto di frontiera di Poipet (Cambogia), confine tailandese, nell’estate del 2005. Proveniendo dalla Thailandia, la dogana pareva marcare un confine non soltanto tra due nazioni, ma tra una dimensione e un’altra. Superato il gabbiotto per il controllo dei passaporti infatti, il paesaggio verdeggiante lasciava spazio a un ambiante desertico, mentre alla strada statale asfaltata seguiva uno sterrato polveroso e pieno di buche, come una gigantesca forma di groviera.

Insieme alla sensazione di stupore e meraviglia, misti a un qualcosa di molto simile, se non proprio alla paura, quantomeno alla preoccupazione, I’emozione saliva alle stelle. Da questo momento in avanti, nei miei viaggi, sono sempre andato alla ricerca di questa sensazione, sicuramente adrenalinica, che poi, in realtà, non sono più riuscito a provare pienamente. Per questo, alla sicurezza di ambienti conosciuti o comunque assimilabili a quelli familiari alla nostra esperienza di occidentali, ho sempre preferito quanto di più esotico ed emozionante si possa immaginare: Vietnam, Gambia, Senegal, India, la stessa Cambogia, visitata  nuovamente a distanza di cinque e poi sette anni, quasi come a voler rendere omaggio al luogo che più di ogni altro aveva innalzato la soglia della mia percezione emotiva, non sono riusciti a regalarmi la medesima sensazione.

Forse perché si trattava del mio primo vero viaggio, o forse per ragioni che non sono ancora riuscito a comprendere, l’ingresso in quella nazione mi è parso l’inizio di una vera e propria avventura, il tutto amplificato dalle raffiche di vento prima, che si abbattevano sulla bassa vegetazione, ricomparsa una volta superato il posto di frontiera, e dallo scoppio di un temporale poi, che rendeva ancora più affannoso il già lento procedere fra le buche del nostro pullmino, mentre una totale oscurità avvolgeva me e gli altri occupanti del veicolo. Giunto a destinazione nel pieno della notte a Siem Reap, città sorta ai margini del grande complesso archeologico di Angkor Wat, quel senso di avventuroso non mi ha più abbandonato fino alla fine della mia intensa, seppur breve, esperienza cambogiana. La soglia emotiva si è sempre mantenuta a un livello alto e, paradossalmente, ciò che ha suscitato in me meno impressione è stata proprio la visita, compiuta nei giorni successivi, del complesso archeologico.

Erano invece le persone, i volti, comunque sorridenti, di queste frotte di mendicanti, spesso mutilati (causa la guerra tutto il territorio cambogiano è stato disseminato per anni di mine), che ti si avvicinavano chiedendo denaro, a provocare in me un turbinio di emozioni. Emozioni che sono andate aumentando una volta giunto nel contesto urbano della decadente capitale,  Phnom Penh. Qui le persone, tra cui moltissimi bambini, mi parevano anime di un girone dantesco: “dannati” era la parola che più si riproponeva nella mia mente. Masse di disperati senza alcun tipo di futuro alla cui cronica povertà bisognava sommare, almeno per quanto riguarda i più anziani, il fatto di aver vissuto personalmente una delle esperienze storiche più aberranti del XX secolo: il cosiddetto “autogenocidio” avvenuto durante il regime dei Khmer Rossi (1975-1979), incastonato peraltro cronologicamente parlando nel bel mezzo di un trentennio di guerra civile (1966-1999). Questa consapevolezza mi ha consentito di comprendere la particolare condizione dei cambogiani, rispetto, ad esempio, a quella dei numerosissimi senzatetto incontrati in India e a quella degli abitanti delle baraccopoli che ho visto in Africa. A tutto ciò si aggiungeva poi la sensazione che si prova quando ci si rende conto della propria fortuna, sensazione che, non vedendo queste realtà, è difficile da provare.

In Cambogia non potevo non tornarci. E così ho fatto, nel 2010 e nel 2012, trovando, inaspettatamente a distanza di così poco tempo, una situazione completamente cambiata.
La nazione, molto legata al progredire economico del Vietnam, è decisamente in crescita: non ci sono più le masse di mendicanti che ti assalgono, tutti paiono esserei indaffarati in attività tra le più svariate, tanto che ti può capitare di camminare, anche per strade affollate, senza essere neppure notato (mentre nel 2005 avevo la sensazione di essere qualcosa di simile a un extraterrestre), e persino i mutilati sono decisamente diminuiti. Non si può che imparare da queste esperienze ed apprezzare il relativo miglioramento delle condizioni di vita di queste persone. Evidentemente, l’inferno non è più da queste parti.

Ho scritto questo testo nella primavera del 2012, quando ancora in Cambogia ero stato solo tre volte. Negli anni successivi è diventata un po’ la mia seconda patria (dopo la Lombardia), ma questa è un’altra storia…

 

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